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Sala 5. Fornaci e vasai dal Cinquecento all’Ottocento

Individuata quarant’anni fa, dopo quasi due secoli di oblio, la produzione di ceramiche venne introdotta a Fucecchio da vasai della Valdinievole e della Valdelsa immigrati nella prima metà del 1500. Il numero delle fornaci, che producevano esclusivamente ceramiche ingobbiate e graffite, crebbe rapidamente fino al 1700, quando se ne contavano ventiquattro, ma già nella prima metà del 1800 ne sopravvivevano soltanto due. È un tipico esempio del destino dell’economia nella Toscana d’età leopoldina, quando un assetto produttivo sostanzialmente ancora d’impronta tardo medievale, si trovò a confrontarsi con le prime esperienze industriali. I dati storici e archeologici descrivono per intero la parabola di quest’attività produttiva, che per quasi tre secoli costituì uno dei cespiti più importanti dell’economia di Fucecchio, ma anche la tipologia dei prodotti e il loro raggio di mercato.

Approfondimenti

In sintesi, le fasi di lavorazione delle ceramiche ingobbiate e graffite sono le seguenti.

  1. Foggiatura al tornio. In questa fase tramite la manipolazione e la rotazione del tornio si dà corpo al piatto.
  1. Rifinitura. Fase, in cui, tramite utensili metallici, viene rifinito il profilo (la sagoma) e creato il piede dell’oggetto. Il corpo ceramico per essere rifinito, deve essere in una fase intermedia di essiccazione, detta durezza cuoio.
  1. Ingobbiatura. Sull’oggetto rifinito a durezza cuoio viene applicato un rivestimento argilloso biancastro, detto ingobbio o bianchetto.
  1. Graffitura. Una volta che l’ingobbio si è asciugato, tramite la tecnica dello spolvero o a mano libera, viene tracciato il disegno del decoro. Successivamente, mediante l’utilizzo di una punta o di una stecca, seguendo il disegno, viene asportato l’ingobbio.
  1. Prima cottura. Il piatto totalmente essiccato viene posizionato nel forno e cotto ad una temperatura che oscilla tra i 980° e i 1000°. In questa prima fase di cottura l’argilla, dato il suo alto contenuto di ferro, per reazioni fisico-chimiche da grigia diventa rossa, mentre l’ingobbio rimane bianco. Il risultato è un decoro bianco su fondo rosso.
  1. Pittura. Una volta cotto, l’oggetto viene dipinto con ossidi metallici calcinati, polverizzati e sciolti in acqua. Il piatto viene poi immerso in una soluzione, detta vetrina (una miscela trasparente di piombo e silice), che rivestirà l’oggetto.
  1. Seconda cottura. Il piatto, dipinto e ricoperto da vetrina, viene messo in forno e cotto a una temperatura di 960°. I colori e la vetrina fondono, aderendo al piatto e creando una coperta impermeabile trasparente e lucida.

Bibliografia

A. Vanni Desideri, Uomini, fornaci e ceramiche a Fucecchio (XVI-XIX secolo). Storia e archeologia di un’economia scomparsa, Fucecchio 2022

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